Ammalarsi non è più di moda.

ammalarsi non è più di moda

Ammalarsi non è più di moda.

Ciao sono Simona e faccio la psicologa.

Lunedì e martedì scorso ho sentito che il mio corpo stava cercando di non ammalarsi e non ho ascoltato nessuno dei suoi segnali: stanchezza, calore, tremori, colorito pallido.

Ho continuato per la mia strada e lui, il mio corpo, mi ha fermata.

Mercoledì, puntuale come un orologio svizzero, mi ha mostrato tutta la sua potenza e la sua determinazione.

Sveglia alle 6 come ogni mattina, cerco di sollevarmi dal letto e sento tutto il corpo dolorante, mi trascino in bagno e la mia faccia ha un chiaro messaggio stampato a caratteri cubitali: MA ‘NDO VAI?!

Ore 6.07 invia il messaggio ai tuoi pazienti per dire che hai la febbre.

Ore 6.09 sei a letto con il corpo tremante e la faccia che scotta.

A parte i ragionamenti da “hai ancora la febbre e non capisci un cavolo“, direi che il dialogo con la mia mente è partito quasi subito e fermarlo è stato quasi impossibile.

Che avrà da blaterare sempre, non so se mai lo capirò pur facendo questo lavoro.

Che aveva da dire?

Ho provato a sintetizzarlo in questo blog-post.

  • Sei sicura di non riuscire ad andare a lavoro? Nemmeno se ti sforzassi un pochino riusciresti? La mia mente è proprio cattiva qualche volta, soprattutto quando sa che le mie facoltà intellettive sono dimezzate da un lavorio interno del sistema immunitario. Questo giudizio possiamo dividerlo in due parti: “Sei sicura?” e “non riuscire a…nemmeno se…“. Il primo pezzo allude al fatto che ci possa essere una menzogna di fondo, una possibile scusa per non fare qualcosa. Il secondo pezzo, invece, più subdolo e minaccioso, allude al fatto che se solo fossi migliore – più brava, più forte, più sto ca@@o –  allora riuscirei a sopportare i dolori articolari, la febbre che ti brucia le vene e la fotosensibilità, e andrei spedita a lavorare.
  • Gli altri ce la fanno. Alcuni di noi sono convinti che gli altri siano sempre meglio, che riescano sempre in imprese impossibili e che questa loro capacità sia qualcosa da agognare. Io non voglio farcela quando ho la febbre, voglio starmene sotto le coperte ad aspettare che il mio sistema immunitario individui e sconfigga il virus che mi sta facendo soffrire. Non voglio essergli d’intralcio mentre lavora. Vi vedete a chiacchierare amabilmente con un vigile del fuoco mentre quest’ultimo sta cercando di spegnere un incendio? Io no. E non voglio nemmeno assumere farmaci che mi mettano addosso i super poteri come quelli delle pubblicità. Voglio stare male. Era così di moda stare male negli anni ottanta..
  • Resisti. A questo tipo di pensiero devono sottostare quelle persone che si sono sentite dire, più e più volte, che bisogna tenere duro, che ce la si deve fare per forza, che è necessario essere forti. Io non voglio più essere forte, voglio farmi coccolare come un bambino da chi mi ama e accarezzare Nina che, stesa sul mio petto, sta trasferendo il suo nettare di vita da lei a me.

Quando ero bambina trascorrevo parte del mio tempo a guardare le nuvole in cielo, le strambe forme che riuscivano a creare, il dolce movimento e le sfumature di azzurro e bianco.

Per ore fantasticavo su di loro e inventavo storie magiche.

Passavo del tempo ad oziare, sdraiata sul grano, nascosta da tutto e da tutti.

Quando avevo paura di una interrogazione pensavo che c’era sempre una soluzione alternativa, avrei potuto sfruttare una delle soluzioni fai da te per far finta di essere ammalata. Quali erano queste soluzioni negli anni ottanta? Ecco alcune leggende metropolitane.

  • Strofinarsi del tabacco sotto le ascelle
  • Dormire con una saponetta sotto l’ascella
  • Mangiare una patata cruda

Strano a dirsi, non ho mai usato nemmeno uno di questi stratagemmi.

Mi raccomando: non mettere in pratica nessuna di queste soluzioni.

Ammettiamolo, essere ammalati era di moda negli anni 80, non esistevano social su cui mostrare la propria faccia febbricitante ma perfetta, nessun blog sul quale scrivere la propria temperatura e il proprio stile di gestione della malattia, se avevi la febbre a 40 te ne stavi a casa e chi s’è visto s’è visto.

Ce ne stavamo sotto le coperte, i capelli sudati dai continui sbalzi di temperatura e arruffati dalle ore di sonno, le occhiaie da oscar, il colorito da sposa cadavere.

Non sono nostalgica dei tempi andati, non tornerei indietro per nulla e sono nell’unico posto al mondo dove mi sento al sicuro e a mio agio.

Questi giorni di febbre però mi hanno portata ad alcune riflessioni, non di certo quando la temperatura superava i 38.5, ma nei momenti in cui la magica Tachipirina faceva il suo effetto e tornavo ad essere una miniMe.

Queste riflessioni credo, e spero, possano essere utili in questo blog:

  • Accettare la malattia. Sembra banale eppure non lo è, oggi crediamo erroneamente di non doverci più ammalare, di dover essere sempre al top. Eppure ci si ammala e ci si ammalerà, questo è un dato di fatto e non c’è niente che possiamo fare per cambiare questa cosa. Accettare questo aspetto può spaventare, ma può essere anche molto liberatorio.
  • Ascoltare i sintomi. I sintomi non sono il nostro nemico, anzi. Rappresentano il linguaggio che ha il corpo per comunicare il suo stato di benessere o malessere. Ascoltare i sintomi, comprenderli nella loro natura più profonda, ci permette di comprendere noi stessi e di agire di conseguenza.
  • Farsi aiutare. Essere dei super eroi e delle super eroine non è umano. Umano è aver voglia di vicinanza, sentire il bisogno di una coccola, di qualcuno che si prende cura di noi, di protezione e sicurezza. Questo è umano. Torniamo umani, che dici?
  • Dare il tempo al corpo. Sbrigati! Spicciati! Vai, vai! Muoviti!. Ci affanniamo continuamente, corriamo da tutte le parti, ma per andare dove? Quando stiamo male possiamo concederci di dare il tempo al nostro corpo di guarirci?
  • Saper lasciare andare. Quando stiamo male dobbiamo necessariamente lasciare andare delle cose, le dirette su Instagram, il lavoro da freelance, l’ultima puntata della tua serie tv. D’altra parte non si può fare diversamente, anzi credo che non si debba fare diversamente. Saper lasciare andare è qualcosa che si può imparare. Sai come fare?

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